Non autosufficienza, un carico sulle famiglie. E l’Italia è in ritardo sui livelli minimi

Il lavoro di cura ricade per il 50% sui conviventi, quasi sempre le donne: sono in un caso su cinque si fa ricorso a figure esterne alle famiglie. Servizi domiciliari più diffusi al sud, al nord e al centro privilegiati i semi-residenziali. Asl (40,6%) e Terzo settore (32,3%) i soggetti che più collaborano con i comuni per la gestione dei servizi. I dati dell’Inca-Cgil

ROMA – Il peso del lavoro di cura, per sostenere una persona non autosufficiente ricade ancora su una figura familiare. E” la famiglia che si sobbarca ancora l’onere di sostenere le persone non autosufficienti. Ma le cose stanno cambiando rapidamente. Che cosa avverrà quando la famiglia attuale essa verrà rimpiazzata da una generazione massicciamente inserita nel mondo del lavoro e portatrice di modelli culturali diversi, più compositi e meno inclini al “sacrificio”? E’ stata questa la domanda di base che ha stimolato la ricerca dell’Inca-Cgil sulla non autosufficienza che è stata presentata oggi a Roma. Lo studio ha analizzato i soggetti che si dedicano al sostegno delle persone non autosufficienti, il ruolo delle amministrazioni locali, il grado di definizione dei livelli essenziali di assistenza e il tipo di spesa. Fino a qualche anno fa, sul piano delle politiche, la risposta tradizionale alla sfida della non autosufficienza è stata quella di tipo “residenziale”. Oggi però la misura dell’accoglienza residenziale non è certo la più frequente, né la più diffusa sull’intero territorio nazionale, mostrando una spiccata localizzazione nel Nord-Italia. Si diffonde così la pratica dell’assistenza domiciliare, con il duplice intento di evitare (o ritardare) l’istituzionalizzazione degli anziani e di coinvolgere e valorizzare la rete di cura informale intorno ad essi. La ricerca dell’Inca conferma quindi che gran parte dell’assistenza agli anziani non autosufficienti infatti (soprattutto al sud) ricade ancora sui nuclei familiari: circa il 50% su familiari conviventi, il 30% e un altro 20% su familiari non conviventi, il 20% si avvale di servizi esterni, tanto pubblici quanto privati. Non è da sottovalutare la precisa connotazione di genere (prevalentemente femminile) e di classi di età.

Per quanto riguarda la spesa locale, i servizi domiciliari sono i più diffusi nei Comuni capoluogo e rappresentano un quarto dei servizi sociali rivolti agli anziani non autosufficienti. Seguono gli interventi di tipo monetario (23%), i servizi di sostegno e le azioni di sistema (18%), i servizi residenziali (15%), i servizi socio-sanitari (13%) ed infine i servizi semi-residenziali (6%). Mentre al Sud viene confermata la maggiore diffusione dei servizi domiciliari, al nord e al centro i servizi più diffusi sono quelli semi-residenziali che al Sud e nelle isole rappresentano la categoria meno presente. Nelle isole i servizi e gli interventi più diffusi sono invece quelli di tipo monetario. Le quote di spesa per gli anziani non autosufficienti nei Comuni capoluogo non sono particolarmente differenziate fra le macro aree geografiche. Le quote di spesa più alte sono localizzate nei Comuni del Nord, dove la spesa media si aggira attorno al 16% del bilancio; nei Comuni del Sud la spesa media dichiarata si aggira invece attorno al 15% del bilancio. Minori sono le quote di spesa destinate agli anziani nei Comuni del Centro (11% del bilancio comunale) e delle Isole (8%). L’84,4% dei Comuni ha dichiarato di non prendere in carico la totalità degli oneri finanziari legati al costo dei servizi per la non autosufficienza, ma di prevedere una quota di compartecipazione degli utenti alle spese.

(24 ottobre 2007)
da Portale INAIL

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