Uno studio sulle cellule che nutrono i neuroni apre nuove prospettive per la terapia della sclerosi laterale amiotrofica
Senza di loro, i neuroni si sentirebbero persi: sono le cellule della glia, componenti fondamentali del nostro tessuto nervoso che, oltre a scambiare informazioni con i neuroni, forniscono loro nutrimento e supporto. Grazie a un finanziamento Telethon, il gruppo di ricerca guidato da Daniela Rossi dell’Università di Milano ha scoperto come una classe particolare di queste cellule – gli astrociti – possa avere un ruolo determinante nella patogenesi della sclerosi laterale amiotrofica, aprendo anche nuove prospettive terapeutiche. Lo studio è stato pubblicato sul numero di luglio della rivista scientifica Cell Death and Differentiation.
Per molti anni si è pensato che questa grave malattia neurodegenerativa riguardasse unicamente i motoneuroni, le cellule del sistema nervoso deputate alla trasmissione degli stimoli motori alle fibre muscolari. Recentemente, però, si è visto che la perdita dei motoneuroni che caratterizza la malattia risente del contesto cellulare circostante: in particolare, le cellule della glia hanno dimostrato di essere attivamente coinvolte nel processo degenerativo.
Lavorando con modelli murini della SLA, Daniela Rossi ha scoperto che una parte degli astrociti degenera a causa di un evento che nelle persone sane è assolutamente normale: l’interazione del glutammato, uno dei più importanti neurotrasmettitori del sistema nervoso, con uno dei suoi recettori. Nei malati di SLA questo segnale “sbagliato” provoca la morte di queste cellule gliali: ecco allora che, venendo meno la propria fonte di nutrimento e di supporto, anche i motoneuroni muoiono.
Come racconta la ricercatrice, questi risultati fanno ben sperare: “nel topo, bloccando farmacologicamente questo recettore del glutammato non solo siamo riusciti a rallentare il processo degenerativo degli astrociti, ma abbiamo anche ritardato l’insorgenza dei sintomi clinici e migliorato l’aspettativa di vita. Questo apre nuove prospettive terapeutiche, perché proteggere gli astrociti potrebbe rivelarsi un’altra alternativa per la cura della SLA”.
Prossima tappa sarà quindi cercare di agire a livello del recettore del glutammato che media questo processo degenerativo utilizzandolo come bersaglio terapeutico nell’uomo.
Da:
Telethon